Hai rotto e ritorto supini corpi che ti parevano di molle e viva carne, invece della gracchiante giuntura di metallo e cuio nero.
Quel gracchiare della pelle conciata che stride quasi nelle orecchie, sfilacciando i suoni proprio nel momento prima dello strappo.
Strappo.Lacerazione.Rottura.
Dilania.
Altrui coscienze a morsi sferici e rabbiosi ti prendono le carni a tirare quasi come fameliche belve in attesa da millenni.
E ogni volta stupore e diniego, incredulo e ruvido lo sguardo si posa sulle vesti macchiate e intrise.
Pregne.
Non sai se solitudine.
Non sai se ardimento.
Non sai se tu e gli altri no.
Traboccante di madido odio prendo per i lembi strade e pavimenti, alzati e sbattuti al vento come lenzuola polverose; giro roteando spingendo tirando fino a che gli avambracci brucino nei muscoli doloranti.
E che brucino.
E prendano fuoco i lembi, le tese, le falde e gli spigoli di questa realtà di quadrate facce rattoppate.
lunedì 16 giugno 2008
Rabbioso nelle mani che distruggono
Pubblicato da V. alle 16:56
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1 commento:
lo stupore, il diniego.
i millenni.
e ruvidi, gli occhi sopostano ossa e cadono i denti a mordere.
lo stupore e il diniego qui si fanno carne che pesa secoli di.
di cosa, amico mio?
pesa.
è un peso.
questo andare, questo venire, questo essere conciati a festa, ad allungare, a dire con la bocca piena di, piena sì, tutto questo girone famelico cede e porta lo strascico.
non è un sisma.
è uno strascico.
non voglio vederti così, io.
mai.
non potrei reggere certe lame, io.
mai.
le altrui coscienze, spesso, mi soffocano e il collo ne paga piegandosi a V.
e no si vince sempre da queste parti.
dilania, già.
(il tuo post è più ruvido della mulattiera che mi separa dall'ultimo scoglio, dietro il mare. ruvide le tue parole. ruvido)
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